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Dott.ssa Claudia Floris

Dott.ssa Claudia Floris

Mi chiamo Claudia Floris, sono nata a Cagliari nel 1981 e fin da ragazzina ero affascinata dalla conoscenza del mondo interiore; dopo il diploma ho deciso così di iscrivermi all’Università di Psicologia, dove mi sono laureata nel 2005. Successivamente ho approfondito ulteriormente gli studi iscrivendomi alla Scuola di Psicoterapia Comparata e conseguendo l’abilitazione all’esercizio della psicoterapia nel 2011.

Come libera professionista mi occupo di: crescita personale, disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, (disturbi dello spettro autistico, disturbi dell’apprendimento, disturbi da  deficit dell’attenzione-iperattività, ritardo mentale) disturbi d’ansia, disturbi fobici e ossessivi, disturbi dell’umore, disturbi del comportamento alimentare; offro consulenza e sostegno psicologico per problematiche riguardanti lutto, difficoltà affettive e nelle relazioni, problematiche di coppia, separazioni e altri eventi critici che si possono attraversare durante il corso della vita. Conduco gruppi, realizzo progetti all’interno delle scuole, seminari su diversi tematiche (comunicazione, emozioni, anoressia e bulimia, orientamento scolastico e professionale…), corsi di training autogeno.

Alcune esperienze lavorative

Ho partecipato a diversi progetti presso gli Istituti Primari e Secondari della provincia di Cagliari riguardanti l’orientamento scolastico, la valutazione dei prerequisiti sulle competenze degli alunni, l’autovalutazione della scuola, ad attività di laboratorio finalizzate all’integrazione e alla socializzazione degli studenti disabili etc.

Ho inoltre svolto attività di psicoterapia presso il Centro di Accoglienza Don Vito Sguotti di Carbonia dal 2011 al 2014. Svolgo l’attività di psicologa per “L’associazione Italiana Familiari e Vittime della strada” sezione di Cagliari; faccio parte della Onlus “Fuori dal Guscio” che si occupa di bambini autistici e dei loro familiari.

Attualmente, anche se con orario ridotto, sono impegnata come educatrice professionale e svolgo tale attività negli Istituti Superiori. Ritengo tale impegno un arricchimento sia dal punto di vista personale che professionale, in quanto mi permette di entrare in contatto e confrontarmi non solo con gli alunni che seguo, ma anche con le varie problematiche dell’adolescenza e con le dinamiche che si sviluppano all’interno del contesto scolastico.

Per maggiori informazioni LINKEDIN

Mercoledì, 22 Marzo 2017 19:02

ATTACCAMENTO E RELAZIONI INTERPERSONALI

In psicologia, il termine attaccamento è legato alle ricerche sullo sviluppo e sull'infanzia, in relazione ai legami che si creano con le figure di accudimento. Il primo a proporlo, come concetto fondamentale per spiegare il comportamento dei bambini, fu John Bowlby (1907-1990), un ricercatore britannico di scuola psicoanalitica. Secondo l'autore, il bambino, appena nato, è tendenzialmente portato a sviluppare un forte legame di attaccamento con la madre o con chi si prende cura di lui.

Bowlby ritiene che l’essere umano sia, fin dalla nascita, una persona in relazione con altre persone e che sia predisposto biologicamente a sviluppare attaccamenti verso la persona che si prende cura di lui. L’autore definisce l’attaccamento come un sistema comportamentale interno all’individuo, che organizza i sentimenti del bambino verso l’altra persona e il cui obiettivo principale è quello di ricercare la vicinanza e il contatto con una determinata persona (figura di attaccamento). La relazione di attaccamento è dunque un legame significativo e di lunga durata, di natura affettiva ed emotiva con un particolare individuo. L’oggetto di attaccamento è generalmente qualcuno che ricambia i sentimenti del bambino.

Questa relazione umana ha due funzioni fondamentali: una psicologica (fornire sicurezza) e una biologica (fornire protezione). I bambini  sono geneticamente predisposti per ricercare la prossimità con la madre e per comunicarle difficoltà e chiederle aiuto; le madri a loro volta sono predisposte per rispondere a tali segnali. L’oggetto di attaccamento preferenziale, secondo Bowlby, è la madre che diventa per il bambino la base sicura che gli permette di poter esplorare il mondo con tranquillità.

Sono stati individuati 4 tipi di attaccamento:

ATTACCAMENTO SICURO : il bambino ha stabilito un legame affettivo molto forte con la figura materna la cui presenza lo rassicura nei momenti di disagio e difficoltà. Il bambino con attaccamento sicuro sa di poter contare sulla figura materna e si sentirà libero di esplorare il mondo.

ATTACCAMENTO INSICURO-EVITANTE : la madre non è in grado di rispondere ai bisogni del bambino e di dargli sicurezza e protezione. Il bambino capisce che non riceverà risposta alla sua richiesta d’aiuto e costruirà le proprie esperienze facendo affidamento esclusivamente su se stesso.

Esplorerà il mondo in maniera insicura e nella convinzione di non essere amato.

ATTACCAMENTO INSICURO-AMBIVALENTE : i bambini che hanno instaurato questa tipologia di attaccamento, hanno interiorizzato che la  figura materna  è disponibile in alcune occasioni ma non in altre. Esibiscono una serie di comportamenti ambivalenti sia con la mamma che con l’estraneo: si avvicinano per cercare un contatto ed essere consolati, ma quando lo hanno raggiunto protestano. Altre volte cercano di attirare l’attenzione dell’adulto, ma non appena sono riusciti ad ottenerla si allontanano/distolgono lo sguardo. Tendono ad essere più irritabili degli altri e difficilmente consolabili, oppure eccessivamente passivi di fronte ai cambiamenti della situazione.

ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO-DISORIENTATO: il bambino percepisce nella madre, e dunque nell’ambiente, una situazione di pericolo; manifesta comportamenti molto contraddittori e confusionari nei momenti di ricongiungimento con la madre.

Sulla base di questa prima esperienza di relazione ci costruiamo uno schema mentale, inconscio, (chiamato modello operativo interno) di come dovrebbero essere in generale le relazioni. Questo modello ci porta a ricercare persone con caratteristiche simile a quelle di accudimento.

Se dunque un individuo adulto ha avuto un’esperienza positiva e uno stile di attaccamento sicuro con la figura di riferimento, tendenzialmente, sarà portato a cercare un partner affidabile. Al contrario colui che ha vissuto un legame di attaccamento insicuro in cui  il caregiver  non era in grado di rispondere ai suoi  bisogni tenderà a cercare un partner che confermi la sua prima esperienza.

Lo stile di attaccamento è dunque molto importante durante la crescita poiché è la prima esperienza di relazione che il bambino ha. In base a questa, il bambino struttura la propria personalità e le successive relazioni interpersonali, dato che lo stile di attaccamento sarà riproposto anche nel resto dei rapporti affettivi, tra cui quelli di amore.

 

Venerdì, 23 Dicembre 2016 19:16

Mi scusi qual è la strada per la felicità?

Se proviamo a chiederci o a domandare agli altri cosa sia la felicità difficilmente otterremo una risposta univoca, più probabilmente riceveremo diverse opinioni che variano a seconda della persona, delle circostanze, poiché è il concetto stesso di felicità ad essere difficile da definire e ogni individuo ha la sua idea di felicità.

Oggi, libri, siti ma anche molti blog dispensano soluzioni spesso molto diverse tra loro, sul come essere felici in breve tempo , come se si trattasse di  una semplice ricetta dove basta dosare gli  ingredienti giusti per dare vita ad un piatto gustosissimo. Certo sarebbe molto più semplice se trovare la felicità fosse facile come cucinare un cibo prelibato e nella società in cui viviamo si cercano sempre più soluzioni immediate a qualsiasi problema ma la realtà è ben diversa. Ciò nonostante ci sono dei presupposti fondamentali per trovare un equilibrio ed essere sereni.

La felicità è qualcosa di personale legato all’individualità e alla soddisfazione dei nostri desideri, a mio parere possiamo essere felici quando abbiamo realizzato ciò che siamo, felicità dunque come realizzazione di sé; e con ciò non intendo fama e denaro, basta guardarsi intorno per vedere tante persone tristi e insoddisfatte sebbene abbiano successo e siano circondati da beni materiali, allo stesso modo, se osserviamo bene, possiamo incontrare persone che, con la realizzazione di sé, riescono ad essere felici a prescindere da ciò che possiedono. 

Dobbiamo imparare che la felicità non dipende dall’esterno, finché saremo convinti di questo continueremo a cercarla là dove non la potremmo trovare, siamo talmente abituati a guardare  lontano che non ci accorgiamo che istanti di essa sono presenti nella vita di tutti i giorni; non dobbiamo pensare che  sia qualcosa di raro che si verifichi solo quando portiamo a termine grossi progetti o raggiungiamo determinati obiettivi, così non facciamo altro che allontanarla, collocarla in un futuro lontano  e ci arrovelliamo pensando a tutto ciò che dovrebbe essere presente nella nostra vita per poterla definire felice. 

Proviamo a concentrarci su ciò che di bello abbiamo e non su ciò che ci manca, se rimaniamo  immersi nel  passato o proiettati nelle preoccupazioni future non riusciremo a godere e vivere appieno il presente, unica dimensione in cui possiamo realmente  trovare la felicità.

Bil Keane diceva:  La vita è come un viaggio da assaporarsi in ogni suo passo lungo il percorso. Ieri è storia, domani è mistero e oggi è un dono: è perciò che lo chiamiamo il Presente

 

 

 

 

 

 

Mercoledì, 14 Dicembre 2016 20:28

Hermann Hesse- Siddharta

"A volte percepiva, nella profondità dell'anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch'egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch'erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo. Come un giocoliere con i suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell'essere suo, egli non era presente a queste cose. E qualche volta rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere e di esistere realmente, e non solo star lì come uno spettatore." Hermann Hesse- Siddharta

 

Mercoledì, 14 Dicembre 2016 19:45

L'intelligenza emotiva

L’intelligenza emotiva è stata trattata a partire dagli anni novanta da Peter Salovey e John D. Mayer che la definirono in un primo momento come “la capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie e altrui, distinguere tra di esse e utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”. Successivamente tale definizione è stata oggetto di modifiche e gli autori la divisero in quattro livelli di abilità fondamentali: l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione; l’abilità di utilizzare le emozioni per facilitare il pensiero; l’abilità di capire l’emozione e la conoscenza emotiva; l’abilità di regolare le emozioni e promuovere la crescita emotiva e intellettuale 

Nel 1995 Goleman pubblica il libro “Intelligenza Emotiva “in cui definisce questo tipo di intelligenza come la “capacità di motivare se stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza impedisca di pensare, di essere empatici e di sperare”.

Per Goleman l’intelligenza emotiva è l’insieme di cinque abilità:

la consapevolezza emotiva: la capacità di riconoscere le proprie emozioni nel momento in cui esse si presentano

Il controllo emotivo: la capacità di controllare i sentimenti in modo che siano appropriati alla situazione; è fondata sulla autoconsapevolezza e comporta la capacità di controllare i propri stati interiori, gli impulsi, le emozioni per trovare un equilibrio

la motivazione di se stessi: la capacità di padroneggiare le emozioni per raggiugere un obiettivo, ossia la capacità di reagire attivamente alle frustrazioni 

l’empatia: la capacità di riconoscere le emozioni degli altri

la gestione delle relazioni interpersonali: la capacità di entrare interazione con gli altri, di comunicare in modo efficace.

 

Le competenze emotive vengono apprese soprattutto durante i primi anni di vita, ma essendo il nostro cervello plastico esse possono essere potenziate in qualsiasi fase della vita.Maggiori sono la consapevolezza emotiva, l’empatia e la capacità di gestire le emozioni maggiore è la possibilità che questo tipo di l’intelligenza venga potenziata.

Oggi attraverso percorsi psicologi, individuali o di gruppo, è possibile rafforzare l’intelligenza emotiva per prevenire il disagio emotivo, relazionale, familiare, scolastico e lavorativo.

 

Mercoledì, 29 Giugno 2016 19:58

La storia della matita di Paolo Coelho

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò:

“Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me. ”

La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:

“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto. ”

Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.

“Me è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita! ”

“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose". Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell'esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.

Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. 'Dio': ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.

Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un'azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.

Terza qualità: il tratto della matita ci permette si usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un'azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.

Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.

Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione. 

Mercoledì, 29 Giugno 2016 19:38

La bellezza del non essere perfetti

A volte capita che il terreno possa cedere e non sia facile rimanere in equilibrio,ma sono proprio i momenti di "instabilità" che ci spingono ai cambiamenti e a compiere importanti passi; i loro frutti creano una bellezza unica e la meraviglia sta proprio nell'imperfezione.